Il vino nei secoli: prologo

IL VINO NEI SECOLI: prologo

di Marco Rossi

Prima di partire con questo excursus sulla storia del vino attraverso la letteratura, ci preme fare questa veloce distinzione: ci sono due categorie di bevitori di vino: i professionisti e i dilettanti.
Tra i professionisti abbiamo quelli che ne bevono anche di cattivo, a patto che sia tanto – e di solito questi sono quelli per cui la linea più breve tra due punti A e B passa per la C la F la Z N P, senza mai formare una linea retta quando camminano.
Poi vengono quelli che degustano solo vino di qualità e che riconoscete per le strane espressioni che le loro facce assumono nell’assaggio: labbra in fuori, boccheggi a bocca semipiena, staccate di palato. Questi sono, nella maggior parte dei casi, sommelier. Gli altri, fingono.
Attenzione: se lo fate voi profani, parenti e amici potrebbero a ragione prendervi per i fondelli per un periodo variabile a seconda del loro umorismo.
Comunque: i dilettanti siamo noi. O perlomeno io ed alcuni di voi. Non mi permetterei mai di parlare in nome di tutti.
Bene, siamo qui riuniti per ascoltare la storia del vino attraverso la letteratura: un argomento molto serio.
Tra i romani, circa duemila anni prima della nascita di Alberto Sordi, proprio come ai giorni nostri godono di larga diffusione popolare le barzellette sui carabinieri e le leggende su certi cavalieri, circolava un gran numero di storie, poesie e fiabe sul vino.
Una storiella che usciva spesso dalle dentiere dei nonni dell’antica Roma, è quella che apre il nostro viaggio enoletterario alla ricerca delle origini del vino e del suo percorso di trasformazione fino ad oggi.
Ora: immaginiamoci un nonno romano, seduto accanto al triclinio del tenero nipotino, che accarezzandogli la fronte, comincia a raccontargli:
Caro nipotino mio, ora ti racconto la storia del vino. Al tempo dei sumeri, in quella landa rigogliosa che prese il nome di Mesopotamia, un sumero entrò in un bar e chiese al barista sumero di servirgli qualcosa di dolce e di scuro da bere. Il barista allora rispose che per avere un coca-cola ci sarebbero voluti almeno altri 1900 anni e chiese al cliente se voleva aspettare.
Mentre il cliente sumero pensava, il barista sumero tirò fuori da sotto il bancone due anfore sumere ripiene di due liquidi diversi. Si rivolse all’altro sumero e gli disse: Qui ho due bevande: una è prodotta dalla fermentazione dell’orzo, ma non so come si chiama, anche se a me piacerebbe chiamarla birra. Non so perché, ma a me piace molto questo nome: birra. La seconda è prodotta dalla fermentazione della vite. Ha un sapore un po’ dolciastro e spesso è talmente forte, da far girare la testa: ma il sapore è DIVINO. DI…CHE? Chiese in quel momento il cliente sumero che s’era distratto pensando alla sua bibita preferita che non era stata ancora inventata.
…vino, rispose il barista. E da allora la bevanda si chiamò DI…CHE. No, divino, no, anzi, vino.
Da quel giorno il cliente sumero ne bevve così tanto, che una volta pagato il conto al barista sumero, quest’ultimo piantò baracca e burattini e si trasferì a Piacenza. I suoi discendenti, circa quindici anni fa, comprarono questo podere e da allora producono e vendono vino a tutti quelli di Milano e hinterland. E qui finisce la storia del vino, disse il nonno.

Continua….

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